È risarcibile il danno patrimoniale da violazione del diritto all’immagine anche qualora il danneggiato abbia negato ogni consenso allo sfruttamento economico della propria immagine

Con sentenza n. 1875 del 2019, la Corte di Cassazione ha condannato la casa editrice responsabile di avere pubblicato senza consenso alcune fotografie di un noto personaggio dello spettacolo in compagnia della partner di allora nel giardino della sua villa.

La Corte ha parzialmente cassato quanto deciso in Appello: il giudice di secondo grado, infatti, aveva affermato la presenza di un danno esclusivamente non patrimoniale dovuto alla illecita interferenza nella vita privata dell’attore e alla violazione del diritto alla propria immagine. La Corte d’Appello aveva però negato la possibilità di riconoscere all’attore anche il risarcimento del danno di natura patrimoniale, poichè questi aveva espressamente negato il proprio consenso a pubblicare immagini appartenenti alla sua vita privata. Conseguentemente, non si sarebbe potuto configurare nemmeno in astratto un danno patrimoniale da mancata percezione del relativo prezzo del consenso.

La Corte di Cassazione ha richiamato i principi giurisprudenziali già sviluppatisi in materia di violazione del diritto all’immagine di personaggi famosi secondo cui “chiunque pubblichi abusivamente il ritratto di persona notoria […] è tenuto al risarcimento del danno” (Corte di Cassazione, Sez. 1, sentenza n. 4031 del 1991) e “quando l’abusiva pubblicazione comporta la perdita da parte del titolare del diritto o della facoltà di offrire al mercato l’uso del proprio ritratto, dà luogo al corrispondente pregiudizio” (Corte di Cassazione, Sez. 1, sentenza n. 22513 del 2004). Quest’ultimo non è poi escluso per il solo fatto che il soggetto notorio abbia rifiutato la pubblicazione, in quanto:

  1. da un lato, “tale rifiuto anzitutto non può essere equiparato […] ad una sorta di abbandono del diritto stesso con conseguente sua caduta in pubblico dominio, giacché nella gestione del diritto alla propria immagine ben si colloca la facoltà, protratta per il tempo ritenuto necessario, di non pubblicare determinate fotografie, senza che ciò comporti alcun effetto ablativo”;
  2. dall’altro “la stessa gestione può comportare la scelta di non sfruttare una determinata fotografia perchè lo sfruttamento può risultare lesivo, in prospettiva, del bene protetto”. Tale sfruttamento, anzi, può talvolta “risultare in concreto fonte di pregiudizio ben più̀ grave di quello che corrisponde al valore commerciale della specifica attività abusiva. Il corrispondente risarcimento “può ben essere effettuato in termini di perdita della reputazione professionale”, se allegata in giudizio, “da valutarsi caso per caso dal giudice del merito nei limiti della ricchezza non conseguita dal danneggiato, ovvero anche con il ricorso al criterio di cui all’art 1226 cc”.

La Corte di legittimità ha anche affrontato il tema della tecnica liquidatoria da adottarsi “qualora non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale”. In tal caso, “la parte lesa può far valere il diritto al pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per dare il suo consenso alla pubblicazione: somma da determinarsi in via equitativa, con riferimento al vantaggio economico conseguito dall’autore dell’illecita pubblicazione e ad ogni altra circostanza congruente con lo scopo della liquidazione[…]”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *