Il Tribunale di Milano accerta contraffazione di disegno e concorrenza sleale parassitaria per imitazione di sedie di design

Il Tribunale di Milano, lo scorso 6 ottobre (sentenza n. 8888/2019), ha condannato al risarcimento del danno due aziende operanti nel settore dell’arredamento, F.lli Tommasucci s.r.l. e Dalani s.r.l. (ora WESTWING s.r.l.), per contraffazione di modello comunitario registrato e concorrenza sleale, con particolare riferimento al design di una sedia denominata “ICE”, design registrato nel 2010 dall’attrice IGAP s.p.a.. Quest’ultima accusava la Tommasucci di aver acquistato un modello di sedia “ICE” al solo fine di copiarne le forme caratteristiche per poi far produrre esemplari identici in Cina. Dalani avrebbe invece rivenduto tali esemplari sul proprio sito internet.

Le convenute, al contrario, hanno proposto una domanda riconvenzionale di nullità del modello in parola, questione che è stata vagliata in prima battuta dal tribunale.

Quest’ultimo, ricordando che i requisiti di validità del modello, secondo il codice di proprietà industriale ed il Reg. (UE) n. 6/2002, corrispondono a novità – “l’assenza di divulgazione di un modello identico anteriormente alla data della sua domanda di registrazione” – e carattere individuale – “capacità del disegno di suscitare un’impressione generale diversa da quella degli altri disegni o di altri modelli anteriori nell’utilizzatore informato” -, ha esaminato il design in questione per verificare la presenza di entrambi i presupposti di validità dello stesso.

I tratti caratteristici del modello sono risultati essere (i) la “continuità tra seduta e schienale che crea una struttura ergonomica a forma di “calice di fiore”” e (ii) l’“andamento ondulato del perimetro laterale della seduta che prevede un’inserzione della seduta sulle gambe posteriori ad arco”. Tali soluzioni determinavano l’aspetto di forma slanciata, sinuosa ed ergonomica, mentre per il resto il modello si caratterizzava per un design particolarmente minimal, lineare e pulito.

Il tribunale ha quindi ritenuto sussistente il presupposto della novità, in quanto “non sono stati allegati design identici divulgati precedentemente alla data del deposito”, e del carattere individuale, considerato che “le peculiari caratteristiche che delimitano la privativa”, di cui ai punti sub i e ii, “non sono rinvenibili, congiuntamente, nelle anteriorità opposte: queste ultime suscitano un’impressione autonoma e comunque distante rispetto al design esaminato”.

Una volta rigettata la domanda riconvenzionale di nullità, il tribunale si è occupato della questione della contraffazione.

Dal confronto tra i disegni depositati e la sedia prodotta da Tommasucci, denominata “Ara”, è emersa “una pressoché assoluta identità, pantografica, delle linee che costituiscono la sedia. Il tribunale ha rinvenuto nel modello “Ara” non solo la forma di calice di fiore e l’andamento ondulato del perimetro laterale della seduta – che segnavano il nucleo della privativa -, ma anche “la ripetizione dell’andamento continuativo della linea delle gambe allo schienale, l’essenzialità delle forme quasi stilizzate, aventi una linea minimal nonché la posizione convergente obliqua delle gambe della sedia verso il centro della seduta”, tali da determinare una “distanza” tra “Ara” ed “ICE” “inferiore rispetto a quella tra quest’ultima e le anteriorità” opposte dalle convenute.

Quanto alla censura di concorrenza sleale, la corte, non ritenendo sussistenti le fattispecie di cui ai numeri 1 e 2 dell’art. 2598 c.c., ha al contrario accertato la concorrenza parassitaria di cui al numero 3 del medesimo articolo. Dalani, infatti, nella pagina del suo sito Internet intitolata “La nostra promessa”, dichiarava che “i prodotti” da essa promossi “sono rigorosamente originali, acquistati direttamente dal produttore” e, nella pagina del medesimo sito intitolata “Info su Dalani”, ribadiva che “Dalani.it si avvale di questo network per offrirvi prodotti esclusivi di marche internazionali e per promuovere il prodotto Made in Italy all’estero”. Essendo però risultato che la sedia litigiosa fosse stata prodotta in Cina, il giudice ha ritenuto che la pubblicità in questione veicolasse un messaggio non veritiero ed ingannevole e, sul piano anticoncorrenziale, è risultata idonea a danneggiare il concorrente leale che offriva al pubblico un prodotto analogo, traendo in inganno il consumatore nella scelta del bene.

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