In assenza di rischio di confusione per il consumatore, la rivisitazione parodistica di marchi noti non integra di per sè gli estremi del reato di contraffazione

Chiamata a decidere sul sequestro probatorio di capi d’abbigliamento asseritamente contraffatti, in relazione ai reati previsti dagli artt. 474 (Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi) e 648 (Ricettazione) c.p., la Corte di Cassazione penale, con sentenza n. 35166 del 31/07/2019, si è soffermata sul discrimen tra “contraffazione” e “parodia” del marchio registrato in un caso in cui erano stati creati – e messi in vendita – capi d’abbigliamento nuovi ed originali, caratterizzati però da motivi ornamentali creati sfruttando loghi molto noti al pubblico.

Secondo la Corte, ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art. 474 cod. pen., “l’alterazione di marchi comprende anche la riproduzione solo parziale del marchio, idonea a far sì che esso si confonda con l’originale“.

Ciò comporta che non si possa prescindere dal giudizio di confondibilità “da verificarsi mediante un esame sintetico – e non analitico – dei marchi in comparazione, che tenga conto dell’impressione di insieme e della specifica categoria di utenti o consumatori cui il prodotto è destinato, soprattutto se si tratta di un marchio celebre” . Non è sufficiente l’utilizzo del segno distintivo di per sé, anche nel caso in cui sia usato per beni della stessa classe, circostanza che, da sola, non è idonea a provare l’affinità o confondibilità tra i prodotti.

Il fine evidentemente ironico dell’iniziativa non è, secondo i Giudici di legittimità, idoneo a creare confondibilità nel consumatore, il quale è immediatamente in grado di cogliere il messaggio parodistico e riconoscere la differenza di provenienza dei capi.

Esclusa, dunque, ogni rischio di confusione, non può essere riconosciuta la contraffazione: “essendo le immagini censurate funzionali ad effettuare una riproduzione ironica di marchi celebri, inidonea a creare confusione con i prodotti protetti dai marchi tutelati e dunque incompatibile con la contestata contraffazione che, si ripete, deve essere invece connotata dalla idoneità del prodotto che si assume falsificato a confondersi con l’originale.

La Corte ha pertanto annullato il provvedimento di sequestro e disposto la restituzione dei beni.

 

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