La Cassazione si pronuncia sulla tutela penale dei segreti commerciali.

Con una sentenza pubblicata il 4 giugno scorso, la Cassazione penale si è espressa sulla portata applicativa della fattispecie di reato di cui all’art. 623 c.p., che punisce con la reclusione fino a 2 anni chiunque, essendo venuto a conoscenza o avendo acquisito in modo abusivo segreti commerciali – o notizie destinate a rimanere segrete circa scoperte o invenzioni scientifiche – li rivela o li impiega a proprio o altrui profitto.

La decisione della Corte è intervenuta a conclusione di una controversia instaurata con querela nel 2007 dalla Atlas Copco – società attiva nella progettazione e commercializzazione di apparecchiature per il serraggio – contro alcuni suoi ex dipendenti che, dopo la cessazione del rapporto con l’azienda nel 2006, erano confluiti in una società concorrente. La società querelante sosteneva che questi avrebbero rivelato a tale società le conoscenze industriali riservate riferite ad una chiave dinamometrica e al relativo software di controllo, sviluppate in esclusiva dalla Atlas e non altrimenti reperibili sul mercato. Ciò avrebbe consentito alla concorrente di lanciare in breve tempo sul mercato un modello di chiave dinamometrica fortemente competitivo, il cui sviluppo non sarebbe stato possibile – in ipotesi – senza lo sleale sfruttamento delle conoscenze acquisite dagli imputati nel corso del loro rapporto con la Atlas.

A seguito della condanna riportata in primo e secondo grado di giudizio, gli imputati avevano dunque proposto ricorso in Cassazione basandosi su due motivi principali: in primo luogo, contestavano la sussistenza del reato sotto il profilo dell’elemento oggettivo per mancata individuazione del segreto industriale, qualificazione secondo essi non attribuibile a tutte le informazioni acquisite da Atlas. In secondo luogo, il giudice di merito non avrebbe verificato la sussistenza dei requisiti previsti per la tutela dei segreti commerciali ai sensi dell’art. 98 c.p.i. (chr richiede la verifica della segretezza delle informazioni aziendali, del loro valore economico in  quanto segrete e della avvenuta predisposizione di misure adeguate a mantenerle segrete).

Con la decisione in commento, la Cassazione ha confermato le precedenti sentenze di condanna, affermando i seguenti principi di diritto:

  • innanzitutto, è oggetto della tutela penale il segreto industriale in senso lato, ossia “quell’insieme di conoscenze riservate e di particolari modus operandi in grado di garantire la riduzione al minimo degli errori di progettazione e realizzazione e dunque la compressione dei tempi di produzione”, non richiedendosi che queste siano anche brevettabili. L’elemento oggettivo del reato è pertanto individuabile nel patrimonio di conoscenze che era stato acquisito durante l’esperienza di lavoro con la precedente società, che aveva consentito agli imputati di realizzare un prodotto competitivo in breve tempo;
  • si precisa poi che, ai fini della tutela penalistica, non è necessario che ogni singolo dato cognitivo che compone il patrimonio di conoscenze sottratto all’azienda non sia noto, ma che “il loro insieme organico sia frutto di un’elaborazione dell’azienda”, di modo che “detta sequenza sia invece non conosciuta e sia considerata segreta in modo fattivo dall’azienda”;
  • i requisiti di tutela previsti dall’art. 98 c.p.i. non possono essere considerati fonte integrativa per l’individuazione dell’ambito applicativo dell’art. 623 c.p., in assenza di un rinvio in tal senso da parte della norma.
  • La tutela penale richiede invece l’individuazione di “un interesse giuridicamente apprezzabile al mantenimento del segreto” che, in tale caso, risiedeva nel fatto che la Atlas avesse acquisito un’altra società al fine di conseguire il relativo patrimonio di informazioni industriali riservate, circostanza nota agli imputati che ne avevano comunque fatto uso per proprio profitto.

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