La CGUE si pronuncia sulla portata della nozione di “indirizzo”, ai sensi dell’art. 8, par. 2, lett. a) della Direttiva 2004/48/CE sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale.

Con sentenza pubblicata il 9 luglio scorso (causa C-264/19), la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa sulla portata applicativa dell’art. 8 della Direttiva 2004/48/CE.

Tale norma attribuisce al soggetto che lamenta la violazione di un diritto di proprietà intellettuale il diritto di richiedere all’autorità giudiziaria competente di ordinare all’autore della violazione o ai fornitori dei servizi utilizzati per la violazione (dunque anche gli Internet Service Provider, o “ISP”) di fornire specifiche informazioni circa la stessa violazione. Tra queste, l’art. 8, par. 2, lett. a) della Direttiva include anche l’“indirizzo” degli autori delle violazioni; il par. 3 della stessa norma fa poi salve le eventuali disposizioni nazionali che accordino al titolare diritti d’informazione più ampi.

La fattispecie in esame vedeva opposta la Constantin Film Verleih, società titolare del diritto di sfruttamento esclusivo in Germania di diverse opere cinematografiche – tra cui i film “Parker” e “Scary Movie 5” – a Google Inc. e Youtube LLC. Avendo constatato l’illecito caricamento sull’omonima piattaforma dei due film tra il 2013 e il 2014, la Constantin Film aveva chiesto all’autorità giudiziaria competente di ordinare alle convenute di fornire informazioni relative agli utenti responsabili delle violazioni, tra cui gli indirizzi di posta elettronica, i numeri di telefono e gli indirizzi IP utilizzati per il caricamento dei file. Tale richiesta seguiva alla ricezione da parte dell’attrice di soli nomi utente fittizi da parte delle convenute.

Dopo un parziale accoglimento della domanda (relativamente alla disclosure dei soli indirizzi di posta elettronica) da parte dei giudici di merito competenti, la Constantin Film ricorreva alla Corte federale di giustizia Tedesca, che sospendeva il giudizio rinviando alla CGUE la risoluzione di una questione pregiudiziale, concernente la corretta interpretazione dell’articolo 8, paragrafo 2, lettera a) della Direttiva 2004/48, in ordine all’inclusione o meno delle informazioni richieste dalla ricorrente nel termine “indirizzo”.

La CGUE ha quindi risolto il dubbio interpretativo, pronunciando i seguenti principi:

  • Poiché la direttiva 2004/48 non definisce la nozione di “indirizzo”, “la determinazione del significato e della portata della stessa deve essere operata conformemente al suo senso abituale nel linguaggio corrente, tenendo conto allo stesso tempo del contesto in cui essa è utilizzata e degli scopi perseguiti dalla normativa in cui essa si inserisce nonché, eventualmente, della sua genesi” (par. 29);
  • Per quanto riguarda il senso abituale del termine, nel linguaggio corrente “esso riguarda unicamente l’indirizzo postale, vale a dire il luogo di domicilio o di residenza di una determinata persona”: ne consegue che il termine, se utilizzato senza ulteriori precisazioni, “non si riferisce all’indirizzo di posta elettronica, al numero di telefono o all’indirizzo IP” (par. 30);
  • Tale interpretazione è corroborata anche dai lavori preparatori della Direttiva e dalle finalità da questa perseguite: infatti, “il legislatore dell’Unione ha scelto di procedere a un’armonizzazione minima relativamente al rispetto dei diritti di proprietà intellettuale in generale” e, dunque, “tale armonizzazione è limitata […] a elementi di informazione ben circoscritti” (par. 36);
  • Gli Stati membri tuttavia – ai sensi dell’art. 8, par. 3 sopra richiamato – possono comunque prevedere la possibilità, per le autorità giudiziarie competenti, di ordinare la fornitura delle informazioni oggetto di controversia, purché “sia garantito un giusto equilibrio tra i diversi diritti fondamentali coinvolti e siano rispettati gli altri principi generali del diritto dell’Unione, quali il principio di proporzionalità” (par. 39).

 

Il testo integrale della sentenza è disponibile in lingua italiana al seguente link.

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