La Corte di Cassazione esclude la violazione dell’art. 4 l. 300/70 quando la videosorveglianza sia strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale

Con la. sentenza n. 3255/21 la Sezione III della Suprema Corte si pronuncia in materia di videosorveglianza dei dipendenti. Il caso ha origine dalla condotta del titolare di una ditta esercente attività di commercio al dettaglio, il quale aveva installato impianti video all’interno dell’azienda per il controllo a distanza dei dipendenti, senza aver richiesto l’accordo delle rappresentanze sindacali aziendali o dell’Ispettorato del lavoro, come previsto ai sensi dell’articolo 4 l. 300/1970. La violazione di tale articolo è sanzionata penalmente ai sensi del combinato disposto dell’articolo 171 del d.lgs. 196/2003 (aggiornato dal d.lgs. 101/2018) e dell’articolo 38 della l. 300/1970 con l’ammenda da Euro 154 a Euro 1.549 o con l’arresto da 15 giorni ad un anno.Immagine gratuita di angolo basso, articolo, assegno

La Corte precisa che “la installazione degli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale, in assenza di accordo con le rappresentanze sindacali legittimate o di autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro”. Nell’esaminare la copiosa giurisprudenza in materia, la Suprema Corte cita diversi precedenti circa l’utilizzabilità come prove nel processo penale dei risultati delle videoriprese effettuate in violazione dell’art. 4. In particolare, menziona Cass. Sez. 5, n. 20722 del 2010, in cui la stessa Corte ha confermato l’utilizzabilità di tale materiale a fini probatori, dal momento che gli artt. 4 e 38 dello Statuto dei lavoratori non implicano il divieto dei cd. controlli difensivi del patrimonio aziendale da azioni delittuose da chiunque provenienti. Tale posizione si basa sul bilanciamento tra i diritti del cittadino al rispetto della propria persona (artt. 1, 3, 35, 38 Cost.) e il libero esercizio dell’attività imprenditoriale (art. 41 Cost.).

A detta della Suprema Corte, il bilanciamento di tali interessi non solo giustifica l’utilizzabilità nel processo penale delle prove acquisite illegittimamente, ma comporta anche l’esclusione della configurabilità del reato, “quando l’impianto audiovisivo o di controllo a distanza, sebbene installato sul luogo di lavoro in difetto di accordo con le rappresentanze sindacali legittimate, o di autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro, sia strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale, sempre, però, che il suo utilizzo non implichi un significativo controllo sull’ordinario svolgimento dell’attività lavorativa dei dipendenti, o debba restare necessariamente “riservato” per consentire l’accertamento di gravi condotte illecite degli stessi.

Tale presa di posizione si basa innanzitutto sul dato letterale: il testo della norma prevede, infatti, la necessità di un preventivo accordo con le organizzazioni sindacali, o di una preventiva autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro, quando derivi “anche” la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Di conseguenza, afferma la Corte, “la previsione normativa non sembra riferibile ad impianti che possano controllare in via del tutto occasionale l’attività del singolo dipendente, come, ad esempio, potrebbero essere, almeno tendenzialmente, quelli puntati sulla cassaforte o sugli scaffali”. In secondo luogo, la Suprema Corte svolge delle considerazioni di tipo sistematico, affermando che non risponderebbe ad alcun criterio logico-sistematico garantire al lavoratore – in presenza di condotte illecite sanzionabili penalmente o con il licenziamento – una tutela alla sua “persona” maggiore di quella riconosciuta ai terzi estranei all’impresa. Invero, la Corte ricorda che l’attività di bilanciamento deve essere sempre ispirata al principio di proporzionalità, di conseguenza afferma che il limite all’operatività del divieto di cui all’art. 4 deve essere inteso in senso restrittivo, e dunque applicarsi solo quando il controllo sia strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale e abbia carattere occasionale oppure non debba restare necessariamente “riservato”.

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